Campagna di boicottaggio Coca-Cola

il manifesto giovedi' 30 maggio

TERRATERRA

Gli adivasi non bevono Coca Cola

MARINELLA CORREGGIA


A Plachimada, nello stato indiano del Kerala, gli adivasi, originari abitanti dell'India hanno lanciato da qualche settimana una serie dia zioni dirette non violente contro un impianto della Coca Cola. Migliaia di persone partecipano ai blocchi e ai picchettaggi promossi a partire da organizzazioni quali Adivasi Gotha Mahasabha e Adivasi-Dalit Samara Samity. Il loro coordinamento, la Coca-Cola Virudha Janakee ya Samara Samithy di Plachimada (e-mail:Pathichira_Haritha@yahoo.com) chiede l'immediata chiusura della fabbrica e preannuncia un'azione giudiziaria di risarcimento danni.

L'attivista Veloor Swaminathan chiede agli indiani e non solo di diffonderel'informazione sulla lotta degli adivasi e di boicottare la famosa bevanda. Peccato che, a quanto pare, l'iniziativa sia avversata da partiti e sindacati locali di destra, centro e sinistra, «che fungono da agenti della Coca Cola» sostiene Veloor. Contrapposizioni «fra poveri»: nessuna novità. Né è nuova la resistenza contro l'invasione multinazionale in Kerala, uno stato tradizionalmente molto attivo (fu il primo al mondo dove icomunisti andarono al potere vincendo elezioni: nel 1957). E' di circa un anno fa la proposta di un gruppo di coltivatori di boicottare l'olio di soia di importazione per preferirgli l'ottimo olio di cocco localeche rischiava di finire invenduto.

Fino al 1991, anno in cui l'India virò al neoliberismo e alla globalizzazione, la Coca-Cola era proibita nel paese, in nome dello swadeshi (autosufficienza, produzione in loco). Non se ne sentiva la mancanza, fra la spremuta di canna da zucchero, ogni genere di succhi di frutta e perfino la Campa Cola, marrone bibita locale. Adesso Coca e Pepsi imperversano. Ma la battaglia degli adivasi non è tanto control'imperialismo culturale. Piuttosto, è contro le distruzioni provocate dalla produzione locale della bevanda, oltretutto così inutile dal punto di vista nutrizionale.

La fabbrica di Plachimada fu avviata dalla Hindustan Beverages Pvt. Ltd nel 1998-99 su circa 15 ettari di terreno in precedenza agricolo, a multicoltura. Mille famiglie di adivasi e dalit (fuoricasta) vivono nelle zone circostanti; sono prevalentemente dei senza terra e lavorano come salariati agricoli. Dalla fabbrica, dove lavorano 70 operai stabili più 150 avventizi, ognigiorno escono 85 camion, ognuno con 600 casse di 24 bottiglie (300 ml)fra Coca Cola, Mirinda, Thums Up e acqua minerale. La produzionerichiede molta acqua.

Oltre 60 pozzi pompano in produzione circa1.500.000 litri di acqua al giorno. La depurazione dell'acqua stessa eil processo di preparazione delle bottiglie danno luogo a un volume enorme di acque contaminate e sostanze chimiche, oltre a montagne dirifiuti solidi. L'impianto viola la legge, sostengono i rappresentantidegli adivasi. Il Land Utilization Act obbliga a chiedere un permesso preciso per convertire le terre agricole a un uso non agricolo, ma pare che la concessione non sia mai arrivata. Intanto, la falda si èinquinata per un raggio di 5 km, danneggiando i villaggi, ora colpiti dascarsità e inquinamento idrici.

Le analisi chimiche mostrano che l'acqua contiene concentrazioni di calcio e magnesio così elevate da essereimbevibile e perfino inadatta all'irrigazione. Una settimana dopol'inizio della protesta, la fabbrica di Coca Cola ha distribuito acqua con autobotti alle colonie circostanti: un'ammissione di colpa, dicono gli attivisti. Inizialmente, la fabbrica ha regalato agli agricoltori della zona una parte dei mefitici fanghi di lavorazione, spacciandoli per ottimo fertilizzante. La contaminazione ha provocato dermatiti a diverse persone.

Il resto dei rifiuti è stato gettato senza riguardo lungo i canali, sepolto nella proprietà della fabbrica e, secondo alcuni rapporti, anche se terre pubbliche. La coltivazione del riso è stata abbandonata su un'area di 150 ettari, obbligando gli agricoltori a sperimentare altre colture che richiedonomeno acqua; molti braccianti adivasi sono rimasti privi di lavoro.

 

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