Partita con un piccolo maglificio, la famiglia Benetton e andata via via ingrandendosi fino a diventare padrone di un vasto impero economico che comprende attivitą tessili e calzaturiere (35%), distribuzione (30%), ristorazione (20%), equipaggiamento sportivo (15%). A capo dell'intero impero si trova una societą finanziaria denominata Edizione Holding da cui dipendono altre societą finanziarie capofila dei singoli settori. Fra le proprieta di Benetton compaiono Autogrill, Spizzico, GS, Euromercato oltre a varie imprese dell'abbigliamento e delle calzature. La famiglia possiede anche un imponente patrimonio immobiliare nelle principali cittą italiane, europee e americane, compresi alcuni edifici storici di notevole valore. In Patagonia (Argentina), tramite la Compania de Tierras Sud Argentino SA, possiede tenute per 900 mila ettari, con allevamenti di circa 280 mila ovini, che coprono parte del fabbisogno di lana del gruppo.
Il
gruppo nel suo complesso fattura circa 8 mila miliardi ed ha circa 26
mila dipendenti, compresi gli addetti della grande distribuzione. Le
imprese dedite alle attivitą tessili, assieme ad altre dedite alla produzione
di scarpe e di equipaggiamento sportivo, formano un sottoinsieme dell'impero
Benetton megiio noto come Beneeton Group. Quest'ultimo ha un fatturato
annuo di circa 4.000 miliardi e impiega circa 8.000 dipendenti. Oltre
che con Benetton, l'impresa opera con i marchi: Sisley, Zero dodici,
Nordica, Prince 5, Zerotondo, Undercolors, Colors of Benetton, Rollerblade,
Killer Loop. |
Quando lo scorso anno decidemmo di diffondere sul nostro territorio il comunicato del gruppo anarchico argentino "Aukache", sulla colonizzazione patagonica da parte del gruppo Benetton, non immaginavamo affatto gli sviluppi di questa campagna contro la multinazionale italiana. Per la prima volta si è riusciti ad intaccare, con i fatti, l'immagine a cui tanto tiene. Non più, come nel passato, pubbliche denunce contro la così detta "pubblicità shock" che solo servivano ad amplificare a dismisura lobiettivo unico del gruppo veneto: il profitto. No, questa volta sono venute alla luce tutte le odiose caratteristiche di una multinazionale, questa volta non si è potuta rifugiare nel "look progress" che la caratterizza. Non tutto è merito nostro, ci mancherebbe ma una sequela di circostanze, dei compagni di strada e la nostra caparbietà hanno dato il risultato sperato. Premettiamo, da subito, che non c'è molto da gioire. Benetton, così come le altre multinazionali, continua ad esistere e ad ingigantirsi con investimenti nei settori più svariati. Il riquadro che riportiamo risale al 1997. Da allora ha fatto degli enormi "progressi" (dal suo punto di vista) tentando di entrare nel mondo delle telecomunicazioni, aumentando la presenza nella grande distribuzione e acquisendo enormi aree dismesse (ferroviarie o aeroportuali) e così via. Ma, lo ripetiamo, questo primo attacco ha dato i suoi frutti. Assieme alle denunce lanciate dall'organizzazione mapuche-tehuelche "11 de octubre", sullo sfruttamento dei "peones mapuches" nelle aziende Benetton per la produzione di lana, è scoppiato il caso Turchia. Attraverso uno scoop giornalistico da parte de "Il Corriere della Sera" (certamente non in buona fede; noi i pennivendoli continuiamo a non amarli) si è venuti a conoscenza del sistematico sfruttamento dei bambini, spesso curdi, nella fabbrica del fornitore Benetton in Turchia. I nostri amici dell'Osservatorio Benetton hanno collegato questi due fatti a quello che da sempre è il marchio del gruppo veneto: il vero e proprio sfruttamento presente nei tanti laboratori del nostro centro-sud che lavorano a cottimo per questa e per le altre grandi firme della moda italiana. Segnaliamo le gravi carenze igieniche, il vecchio fenomeno del "fuoribusta", il licenziamento delle ragazze incinte, gli incentivi prodottivi che, in pratica, costringono le lavoratrici a turni sempre più massacranti. Il tutto sotto il ricatto di quello che Luciano Benetton chiama "decentramento produttivo", ossia il trasferimento della produzione nei paesi dell'Europa orientale, dove un lavoratore costa meno, molto meno di 100 dollari al mese. Tutte queste denunce hanno costituito il materiale di un paio di dossier che molto hanno infastidito Luciano e compagnia. Tralasciamo le insulse farneticazioni di Oliviero Toscani, "il libertario" - come ama definirsi -, che ha la sola funzione del pagliaccio di corte, lui e tutti gli (ehm...) artisti-buffoni della "Fabrica". No, ciò che si è riusciti a mettere in discussione è, in fondo io fondo, lo stesso miracolo capitalistico del nord-est, quello che tanto piace alla sinistra alternativa. Non è un caso che lo stesso Toni Negri, quand'era ancora in Francia, arrivò a lodare lo stile Benetton e non è un caso che il "decentrarnento" si avvicina abbastanza a quelle teorizzazioni pseudo-autogestionarie care all'interno del pianeta non-profit. Il gruppo Benetton, al solito, ha reagito come in altre occasioni. Ha cercato di trarre profitto, dopo aver incassato il colpo, con un rilancio della sua immagine. In Turchia ha comprato i sindacalisti, non senza aver fatto licenziare quello che più s'era esposto, e ha avviato la "clean production", accordo di facciata per tener fuori i bambini dalla fabbrica. In Patagonia sta cercando di dividere le comunità mapuches tra di loro, con regalie varie. Ricordiamo che il lavoro nei possedimenti del gruppo rappresenta l'unica fonte di sussistenza per questo popolo originario privato del suo territorio. Ancor più ipocrita e la campagna d'immagine avviata in Italia. Da noi ha sponsorizzato alcune organizzazioni non governative che sono andate in Albania durante la guerra nel Kosovo. Al contempo ha cercato di influenzare, diciamo pilotare, una serie di articoli su pubblicazioni attente alle violazioni dei diritti umani, lavorativi e ambientali con delle grandi menzogne. Ad esempio quella secondo la quale ha riconosciuto i diritti delle comunità mapuches, avvalorata dal coglione "quechua" di turno: "Dopo due anni di lotta, la multinazionale di Treviso ha riconosciuto i diritti di questa comunità e contribuirà economicamente a migliorare le poche infrastrutture abitative, scolastiche e sanitarie di cui dispone" (José Flores su "Erba" del marzo '99). L'unica cosa che i mapuches chiedono a questa e a tutte le multinazionali che li stanno sfruttando (una per tutte Endesa Espana) è di andarsene via dal loro territorio ancestrale! Noi anarchici/che della Campagna anti-Benetton (che "il Manifesto" ci ha scambiati per "indios") oltre ad appoggiare la lotta libertaria di questo popolo originario, continueremo nel nostro impegno contro tutte le multinazionali, assolutamente incompatibili con il nostro percorso rivoluzionario. Salutiamo con gioia, pertanto, lincendio di un negozio Benetton avvenute ad Atene negli scorsi mesi, così come gli attacchi semplici e ripetibili, ai danni di due rivendite del gruppo, a Trieste. Lo stesso, registriamo con piacere lattacco incendiario ai danni di una concessionaria FIAT a Madrid a pochi giorni dal processo di Malaga. Hanno voluto la globalizzazione,
che ne paghino le conseguenze! tratto da: "Il Brigante" estate '99
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