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Noam Chomsky
La colonizzazione del Medio Oriente:
le sue origini e il suo profilo




La concezione strategica


La guerra del Golfo ha avuto luogo sullo sfondo di importanti mutamenti nell'economia internazionale e nelle vicende mondiali che hanno offerto agli Stati Uniti l'opportunità di riorganizzare la parte del mondo che non aveva incontrato il suo gradimento dalla fine della seconda guerra mondiale. Tra le ceneri della catastrofe, gli Stati Uniti sono riusciti a espellere dall'emisfero i loro principali rivali, la Francia e la Gran Bretagna, e a mettere in pratica la dottrina Monroe. Negli anni novanta, in effetti, gli Stati Uniti sono finalmente riusciti a estendere l'applicazione della dottrina Monroe al Medio Oriente. Per comprendere quali siano le implicazioni di ciò per la regione, bisogna dissipare la nebbia dell'ideologia e vedere in che modo la dottrina veniva concretamente intesa dai suoi ideatori. Prendiamo solo l'amministrazione Woodrow Wilson, al culmine del suo "idealismo" in politica estera. La dottrina Monroe si basa sul "semplice egoismo", spiegò in privato il segretario di Stato Robert Lansing, e nel sostenerla gli Stati Uniti "badano ai propri interessi. L'integrità di altre nazioni americane è un caso fortuito, non un fine". Il presidente ne convenne, aggiungendo che sarebbe stato "imprudente" mettere il pubblico a parte del segreto. Questa applicazione dell'"idealismo wilsoniano" è semplicemente ragionevole, aggiunse il segretario degli interni, perché i latinoamericani sono "bimbi indisciplinati che si avvalgono di tutti i privilegi e diritti degli adulti", e questo loro comportamento richiede "una mano ferma, una mano autorevole".

Acquisire il controllo unilaterale delle regioni medio orientali produttrici di petrolio non è un obiettivo di poco conto. Quando gli Stati Uniti divennero una vera e propria superpotenza negli anni quaranta, la leadership politica vide la regione come l'"area strategicamente più importante del mondo" (Eisenhower), "una enorme fonte di potere strategico, e uno dei maggiori obiettivi materiali della storia del mondo" oltre che "probabilmente il più ricco obiettivo del mondo nel campo degli investimenti stranieri" (Dipartimento di Stato, anni quaranta) un obiettivo che gli Stati Uniti intendevano tenere per sé e per il loro alleato britannico, nel Nuovo Ordine Mondiale che si andava allora dispiegando.

Da allora, gli Stati Uniti si sono attenuti a una concezione strategica per la regione che avevano ereditato dal loro predecessore britannico. Il grande "obiettivo materiale" deve essere gestito da amministratori locali, dittature familiari deboli e dipendenti, disposte a fare ciò che gli si dice di fare. Tali dittature costituiscono quello che i pianificatori imperialisti britannici avevano chiamato la "facciata araba", edificata per consentire alla Gran Bretagna di governare dietro a varie "finzioni costituzionali" dopo aver concesso una garanzia di indipendenza nominale. Gli amministratori possono essere brutali e corrotti finché vogliono, a patto di svolgere la propria funzione. Sotto questo aspetto essi rientrano in una impressionante collezione di tiranni e assassini: i vari dittatori militari latinoamericani, Suharto, Marcos, Mobutu, Ceaucescu, e molti altri criminali alla stessa stregua. E' difficile immaginare un crimine che potrebbe farli espellere da questo club. Perfino Stalin venne trovato con le carte in regola. Truman stimava e ammirava l'"onesto" leader russo. La sua morte sarebbe stata una "autentica catastrofe", secondo Truman, il quale aggiungeva che avrebbe potuto "trattare con" Stalin fintantoché gli Stati Uniti avessero condiviso la sua strada l'85 per cento delle volte. Quello che Stalin faceva a casa sua non lo riguardava. Altri rispettati personaggi condividevano questo giudizio, compreso Churchill, il cui smaccato apprezzamento per il tiranno sanguinario proseguì nel 1945: "il premier Stalin era uomo di grande forza, nel quale riponeva la massima fiducia", spiegò Churchill al suo gabinetto dopo Yalta, esprimendo l'auspicio che il leader russo rimanesse al comando.

Non c'è nulla di nuovo nel sostegno offerto ai mostri del Medio Oriente e nell'indifferenza per i crimini piu spaventosi se ciò contribuisce a perseguire i più elevati fini della "stabilità". Se non si comprendono queste persistenti caratteristiche della "diplomazia reale", quello che accade nel mondo è destinato a rimanere un mistero.

La "facciata" va protetta dagli abitanti locali, che sono arretrati e incivili, e non sembrano cogliere le ragioni per le quali del "più ricco obiettivo economico del mondo" debbano giovarsi non loro, ma gli investitori occidentali. Di conseguenza, è necessario affidarsi a gendarmi locali per mantenere l'ordine; in momenti diversi, all'Iran, alla Turchia, al Pakistan, e ad altri ancora. La forza statunitense e britannica rimane sullo sfondo, ove necessario. Israele ricade nel secondo di questi livelli di controllo.

Nei corridoi del potere, le idee fondamentali vengono intese abbastanza bene, anche se viene considerato sconveniente parlare in modo troppo schietto; così non ci appropriamo di risorse per noi stessi, ma piuttosto le sottraiamo a potenziali nemici, per autodifesa; indipendentemente dai fatti, noi e i nostri alleati siamo impegnati in "controterrorismo" o "rappresaglia", non in "terrorismo", ecc. Tuttavia, una certa chiarezza emerge dalle nebbie.

Molto impressionato dal successo militare di Israele nella guerra del 1948, lo Stato Maggiore descrisse il nuovo Stato come la principale potenza militare della regione dopo la Turchia, che offriva agli Stati Uniti lo strumento per "acquisire un vantaggio strategico nel Medio Oriente, che avrebbe controbilanciato il declino della potenza britannica nell'area". Dieci anni dopo, il Consiglio di sicurezza nazionale giunse alla conclusione che un "corollario logico" dell'opposizione al crescente nazionalismo arabo "consisterebbe nel sostenere Israele come unica forte potenza filo-occidentale in Medio Oriente". Durante gli anni sessanta, gli analisti statunitensi videro la potenza israeliana come una barriera alle minacce nasseriane alla "facciata", impressione confermata dalla distruzione della forza militare dell'Egitto da parte di Israele nel 1967. La tesi secondo cui Israele poteva servire da "risorsa strategica" per difendere gli interessi e gli alleati degli Stati Uniti dalle forze nazionaliste venne ulteriormente corroborata nel 1970, quando Israele parò quella che si profilava come una minaccia siriana al Regno di Giordania e potenzialmente ai produttori di petrolio. E l'impressione ando crescendo negli anni seguenti.

La tesi della risorsa strategica trovò la sua collocazione naturale all'interno della Dottrina di Nixon, secondo la quale gli Stati Uniti non potevano "più interpretare il ruolo di poliziotto mondiale" e quindi "si attendevano che altre nazioni fornissero più di un poliziotto per perlustrare i propri quartieri" (ministro della difesa Melvin Laird). Il quartier generale della polizia era inteso rimaneva a Washington; gli altri dovevano perseguire i propri "interessi regionali" all interno del "quadro globale di ordine" amministrato dagli Stati Uniti, per riprendere il modo in cui Henry Kissinger spiegò il concetto generale agli europei, ammonendoli a non infrangere le regole. I due principali poliziotti incaricati di perlustrare il distretto medio orientale erano Israele e l'Iran, segretamente alleati. Gli studiosi parlano, in genere, di una "strategia dei "due pilastri" per il controllo statunitense, pensando a Iran e Arabia Saudita; che, invece, si sia trattato di una "strategia dei tre pilastri" e apparso chiaro almeno fin dagli anni settanta.

Nel maggio del 1973, il principale specialista del Senato su petrolio e Medio Oriente, il falco democratico Henry Jackson, osservò che il dominio statunitense sulla regione è salvaguardato dalla "forza e dall'orientamento occidentale di Israele sul Mediterraneo e dell'Iran sul Golfo Persico", due "amici affidabili degli Stati Uniti". Questi amici "sono serviti a inibire e contenere quegli elementi irresponsabili e radicali di certi stati arabi che, se gliene fosse stata data la possibilita, avrebbero rappresentato in effetti una grave minaccia alle nostre principali fonti di petrolio nel Golfo Persico". All'epoca, gli Stati Uniti si servivano appena di queste fonti. Il maggiore produttore di petrolio del mondo fino al 1970 fu il Venezuela, che l'amministrazione Wilson aveva preso a controllare come un feudo privato mezzo secolo prima, espellendo la Gran Bretagna, altro esempio dell'"idealismo wilsoniano": in questo caso, della sua dedizione al principio della "porta aperta" e al principio di "autodeterminazione". Anche altre riserve dell'emisfero occidentale erano sostanziose. Ma la sorgente più economica e abbondante di petrolio del mondo, che si trovava appunto nella regione del Golfo, era necessaria come riserva e come leva per dominare il mondo, oltre che per l'ingente ricchezza che ne scaturiva, principalmente per gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.

Se i materiali di archivio venissero resi disponibili, avrebbero sicuramente molto di interessante da dire riguardo alle tacite relazioni intrattenute nel corso degli anni tra la facciata araba e i due principali gendarmi, con i quali era ufficialmente in guerra. Questo è del tutto improbabile in Arabia Saudita e negli Emirati del Golfo, e purtroppo meno probabile di quanto lo fosse un tempo negli Stati Uniti, dopo il passaggio a una censura molto più aspra sotto Reagan, che, a quanto pare, ancora permane; recenti scoperte effettuate dallo storico israeliano Benny Morris destano dubbi anche sugli archivi israeliani. Le relazioni segrete tra Israele e lo Scià sono state ampiamente rivelate, soprattutto in Israele.

Non deve affatto sorprendere che dopo la caduta dello Scià, Israele e Arabia Saudita cominciarono istantaneamente a cooperare nella vendita di armi statunitensi all'esercito iraniano. Lo si è sostanzialmente ammesso in pubblico sin dal 1982. Si era agli stadi iniziali di quello che in seguito sarebbe divenuto noto come lo scandalo delle "armi in cambio di ostaggi", scoppiato quando non fu più possibile nascondere alcuni aspetti della vicenda. Non vi era alcun ostaggio quando ebbe inizio l'operazione statunitense-israeliana-saudita, e alti funzionari israeliani furono abbastanza franchi nello spiegare quello che stava accadendo fin dai primi giorni: un tentativo di ispirare un colpo militare per restaurare il vecchio ordine. Del resto, si trattava solo di una "procedura operativa standard". Il modo abituale di rovesciare un governo civile e di stabilire relazioni con elementi militari, le persone incaricate di sbrigare il lavoro. Il progetto è talvolta coronato da successo; l'Indonesia e il Cile ne sono due esempi recenti. L'Iran si e rivelato un osso più duro.

Vari agenti acquisiscono diritti a seconda del loro ruolo all'interno della generale concezione strategica. Gli Stati Uniti hanno diritti per definizione. Anche i poliziotti di ronda hanno diritti, a meno che non siano negligenti, nel qual caso, se agiscono in modo troppo indipendente, diventano nemici. Gli amministratori locali hanno diritti fintantoché badano ai propri affari. Se ci vuole un "pugno di ferro" per preservare la "stabilità", così sia.

Gli abitanti dei bassifondi del Cairo o dei villaggi libanesi, e altri come loro, non hanno né ricchezza né potere, e quindi nessun diritto, per semplice conseguenza logica. Anche i loro interessi sono "un incidente, non un fine". Nel caso dei palestinesi, essi non solo non hanno diritti ma, peggio ancora, sono un fastidio; la loro infelice sorte è stata un agente irritante con effetto dirompente sull'opinione pubblica araba. Pertanto essi hanno diritti negativi, fatto che spiega molte cose. E' stato necessario incidere quell'ascesso in qualche maniera, con la violenza o in altro modo. L'idea di fondo e che se si riuscisse a sgombrare il campo dalla questione palestinese, dovrebbe essere possibile portare alla superficie le tacite relazioni tra le parti dotate di diritti, ed estenderle, incorporando anche altri paesi in un sistema regionale dominato dagli Stati Uniti nell "area strategicamente [più] importante del mondo".

Questa è sempre stata la logica essenziale del "processo di pace". Il quadro, stabile e durevole, non ci permette di dedurre con assoluta esattezza ciò che accade e probabilmente continuerà ad accadere; le faccende umane sono troppo complesse perché ciò sia possibile. Ma ci consente di arrivarci sorprendentemente vicino.

Fino a poco tempo fa, non è stato possibile imporre appieno la concezione strategica guida, in parte a causa dei limiti del potere degli Stati Uniti, in parte in seguito a problemi determinati dall'impegno a conservare il ruolo cruciale di Israele come "risorsa strategica". Tale ruolo ha assunto maggiori proporzioni tra gli anni settanta e gli anni ottanta, andando ben al di la del Medio Oriente. Questa è stata una delle conseguenze delle iniziative intraprese dal Congresso a partire dai primi anni settanta per imporre condizioni concernenti i diritti umani sulle azioni dell esecutivo; tali iniziative sono uno dei più importanti effetti dei movimenti popolari degli anni sessanta, che modificarono in modo considerevole gli atteggiamenti e la percezione del grande pubblico nei confronti di un ampia gamma di questioni, con considerevole rammarico per l'opinione dell'élite'. I pianificatori ebbero bisogno di ricorrere sempre più spesso a dei surrogati. Per citare un solo illuminante esempio, quando John F. Kennedy decise di spedire la forza aerea statunitense a bombardare il Vietnam del sud, non vi fu un sussurro di protesta; ma quando i reaganiani cercarono di condurre operazioni simili in America centrale, scatenarono una pubblica rivolta, e dovettero limitarsi a massicce operazioni terroristiche clandestine.

In un simile contesto, Israele venne ad assumere nuove funzioni. Perciò, quando le condizioni riguardanti i diritti umani stabilite dal Congresso impedirono al presidente Carter di spedire jet in Indonesia nel 1978, mentre le atrocità a Timor est raggiungevano il culmine, egli poté fare in modo che Israele inviasse jet statunitensi, che sarebbero giunti attraverso un canale libero. I maggiori contributi tuttavia, si ebbero in Africa e Sudamerica, specie da quando l'amministrazione Reagan creò una rete di terrorismo internazionale di imponenti dimensioni, comprendente neonazisti argentini, Taiwan, Sudafrica, Inghilterra, Arabia Saudita, Marocco e altri. Va ricordato che gli operatori di poco conto come Gheddafi ingaggiano terroristi, mentre i pezzi grossi preferiscono ricorrere direttamente a Stati terroristi.

Sulla questione del ruolo centrale di Israele nella politica medio orientale degli Stati Uniti, vi è stato qualche dibattito interno. Ma per varie ragioni, non prive di interesse, la tesi della risorsa strategica si è trovata raramente a fronteggiare gravi minacce. Gli sparuti tentativi di discostarsi da tale tesi sono stati rapidamente soffocati, in gran parte in riconoscimento delle dimostrazioni di valore militare di Israele, che produssero una grande impressione non solo nei leader statunitensi ma anche in un vasto spettro dell opinione intellettuale.

Queste sono alcune delle ragioni per le quali gli Stati Uniti hanno costantemente svilito o piegato gli sforzi diplomatici per risolvere il conflitto nel corso di oltre 20 anni. La maggior parte di tali iniziative avrebbero imposto un qualche riconoscimento dei diritti palestinesi, laddove Washington è ferma nel sostenere che i palestinesi non hanno alcun diritto che possa interferire col potere israeliano. Inoltre, queste iniziative avrebbero portato a un qualche tipo di coinvolgimento internazionale in un accordo; Washington è sempre stata riluttante ad accettare anche questo, nonostante si sia dimostrata disposta a fare un'eccezione per il suo "luogotenente" britannico, per mutuare l'espressione con la quale un influente consigliere di Kennedy spiegò in che modo andava inteso il "rapporto speciale" con l'importante partner. E' stato necessario "assicurarsi che gli europei e i giapponesi non venissero coinvolti nell'azione diplomatica in Medio Oriente", come spiego in privato Henry Kissinger.

Le premesse fondamentali sono cosi profondamente radicate che sono entrate a far parte della stessa terminologia impiegata per inquadrare i problemi. Prendiamo il termine "negazionismo [rejectionism]", che qualora venisse impiegato in senso neutrale dovrebbe riferirsi alla negazione del diritto dell'autodeterminazione nazionale per l'uno o l'altro dei due gruppi che reclamano appunto tale diritto nella ex Palestina: gli abitanti indigeni e i coloni ebrei che li hanno gradualmente sostituiti. Ma il termine non viene impiegato a questo modo. Piuttosto, "negazionisti" sono coloro i quali negano i diritti di uno solo dei contendenti, vale a dire del popolo ebreo: alcuni elementi dell'Olp, il governo dell'Iran e qualcun altro. D'altro canto, quanti negano i diritti dei palestinesi (compresi i due maggiori gruppi politici di Israele, i due partiti politici statunitensi, tutti i governi israeliani e statunitensi, praticamente tutta l'opinione statunitense rappresentata nei mezzi di informazione) sono "moderati" o "pragmatici", perfino "colombe". E ancor più degno di nota, tuttavia, il fatto che, senza alcuna vergogna, le persone e le organizzazioni che vengono considerate "civili e libertarie" possano denunciare come "offensivo" l'"accostamento tra quegli israeliani che si oppongono alla creazione di uno Stato potenzialmente ostile al confine di Israele e quei palestinesi che tuttora propugnano la distruzione di Israele [...]" ossia, il confronto tra coloro che negano il diritto all autodeterminazione ai palestinesi e coloro che negano tale diritto agli ebrei israeliani.

La consuetudine razzista è così saldamente radicata da passare inosservata e risulta incomprensibile quando la si fa notare. Come Orwell osservò nella sua trattazione della "censura [...] deliberata in Inghilterra", lo strumento più efficace e il "generale tacito accordo che "non starebbe bene" menzionare quel particolare fatto"; è compito di una decente istruzione inculcare gli atteggiamenti opportuni. E uno dei fatti che "non starebbe bene" menzionare, o addirittura pensare, e che gli Stati Uniti sono stati a lungo il leader del fronte della negazione.

Vale la pena osservare come la guerra fredda sia stata per lo più una considerazione secondaria, circostanza talvolta ammessa nel dibattito interno. Così nel marzo del 1958, il segretario di Stato John Foster Dulles informò il Consiglio di sicurezza nazionale che né il comunismo né l'Unione Sovietica erano coinvolti nelle tre maggiori crisi mondiali dell'epoca, tutte riguardanti il mondo islamico: il Medio Oriente, il Nordafrica e l'Indonesia. E quando uno dei presenti suggerì che altri avrebbero potuto lavorare per conto dei russi, il presidente Eisenhower fece "vigorosa obiezio- ne", rivela il documento.

Non credo che ci sia nulla da aggiungere su questo punto; lo si sta cominciando ad ammettere, anche ufficialmente, dato che il pretesto non serve più ad alcuno scopo utile. La transizione è stata rapida. A 1989 inoltrato, gli Stati Uniti si stavano difendendo dalla globale aggressione comunista. Alla fine dell'anno, non era più questo ciò che stavano facendo (o che avevano mai fatto). Nel marzo del 1990, la Casa Bianca presentò il suo regolare rapporto al Congresso per spiegare perché il budget del Pentagono doveva venire mantenuto al suo colossale livello, il primo rapporto dopo la caduta del muro di Berlino nel novembre del 1989. La conclusione fu la solita, ma le ragioni stavolta furono differenti: la minaccia non era il Cremlino, ma la "tecnologia sempre più sofisticata" del terzo mondo. In particolare, gli Stati Uniti dovevano mantenere le proprie forze di intervento puntate sul Medio Oriente dato "l'affidamento che il mondo libero fa sulle riserve di energia che si trovano in questa regione chiave", dove le "minacce ai nostri interessi potrebbero non risiedere alle porte del Cremlino". Fatto questo che talvolta è stato riconosciuto negli ultimi anni, o anche prima, se è per questo, come nel 1958. 0 nel 1980, quando l'architetto della forza di intervento rapido (il futuro comando centrale) del presidente Carter, puntata principalmente sul Medio Oriente, testimoniò davanti al Congresso che l'impiego più probabile del dispiegamento militare non era quello di resistere a un attacco sovietico (estremamente poco plausibile), ma di occuparsi delle tensioni indigene e regionali: il "nazionalismo radicale" che ha rappresentato sempre una preoccupazione di primo piano.

Ovviamente, nel Medio Oriente come altrove, i bersagli dell'attacco statunitense si rivolsero ai russi per cercare appoggio, cosa che il Cremlino fu talvolta disposto a offrire per ragioni puramente ciniche e opportunistiche. E la potenza sovietica ebbe un effetto deterrente, come i documenti ripetutamente mostrano. Ma a parte queste precisazioni, rimane vero che "le minacce ai nostri interessi potrebbero non risiedere alle porte del Cremlino".

Nel 1991, Washington era nella condizione di raggiungere i suoi obiettivi strategici con poco riguardo per l'opinione mondiale. Non era più necessario minare tutte le iniziative diplomatiche, come Washington aveva fatto per 20 anni. L'Unione Sovietica era scomparsa, e con essa, lo spazio per il non allineamento, un fatto di grande importanza per le vicende mondiali, che ha ricevuto scarsa attenzione a occidente ma è stato accolto con non lieve apprensione nel terzo mondo. In una rivista cilena, il noto autore Mario Benedetti scrisse che "la combinazione dell indebolimento dell'Urss e della vittoria [statunitense] nel Golfo potrebbe rivelarsi tragica [per il sud] a causa della rottura dell equilibrio militare internazionale che in qualche modo serviva a contenere le smanie di dominio statunitense" e perché la provocazione lanciata allo sciovinismo razzista occidentale "potrebbe stimolare imprese imperialiste ancor più selvagge". Lo stato d'animo generale del sud venne fotografato dal cardinale brasiliano Paulo Evaristo Arns, il quale osservò come nelle nazioni arabe "il ricco si è schierato con il governo statunitense mentre i milioni di poveri hanno condannato questa aggressione militare". In tutto il terzo mondo "vi è odio e paura: quando decideranno di invaderci" e con quale pretesto? Se non in modo marginale, nulla di tutto ciò giunge all'occidente, sprofondato nel trionfalismo e nell'autocongratulazione.

La maggior parte del terzo mondo era ad ogni modo piombata nel completo disordine, devastata dalla catastrofe del capitalismo degli anni ottanta. L'Europa ha fondamentalmente abdicato a qualsiasi ruolo nelle faccende del Medio Oriente, garantendo agli Stati Uniti il controllo pressoché totale che avevano a lungo agognato. La guerra del Golfo ha suggellato il patto, stabilendo che "si fa quello che diciamo noi" e mettendo in moto un genuino "processo di pace" vale a dire un processo saldamente sottoposto al controllo unilaterale degli Stati Uniti.


La colonizzazione del Medio Oriente: le sue origini ed il suo profilo


tratto da Noam Chomsky - "Il potere; Natura umana e ordine sociale" - Editori Riuniti 1997


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